LO SPIT...QUESTO PICCOLO AMICO








Iniziamo col dire che, la parola spit, tradotta letteralmente dall'inglese, significa sputo.
La motivazione di questo nome pare sia dovuta alle dimensioni molto ridotte di questo tassello.
In realtà, spit è il nome dell'azienda che produce questo ed altri tipi di tassello.
La denominazione del tassello tipo "spit" è in realtà molto più lunga e complessa e, per cui, non si utilizza abitualmente ne tanto meno si conosce tra gli arrampicatori.
Il nome completo è "Spit Roc, ancorante autoperforante con filettatura interna".


Nell'ambiente dell'arrampicata sportiva si ha la tendenza ad utilizzare la parola spit per indicare qualsiasi tipo di ancoraggio, che esso sia un fittone resinato, una placchetta, un golfare, ecc… un po' per semplicità (è una parola breve e ormai conosciuta nell'ambiente) ed un po' perché essendoci poca o nessuna informazione (o ancor peggio mal informazione) spesso si è convinti che davvero, tutti i tipi di ancoraggi siano definiti così… ho sentito qualcuno chiamarlo addirittura split… e che cos'è, giochiamo a bowling?
Naturalmente scherzo, il fatto è accaduto davvero ma non me ne voglia chi ha commesso questo comprensibile errore… con il passaparola accade anche di peggio!
In tutti i casi, questo ormai sorpassato tipo di tassello ci sembra insicuro, pericoloso e via dicendo rapportato all' utilizzatissimo sistema a fittoni inox resinati chimicamente, ma ci sarebbero da precisare alcuni punti.
In primis, è necessario valutare su che tipo di roccia viene fissato; è ovvio che, il sistema a resina e fittoni rimane sempre il più sicuro in tutti i casi e su qualsiasi tipo di roccia (previa esecuzione di posa del fittone resinato seguendo tutti i crismi)… ovviamente c'è sempre "un caso su mille" in cui persino un resinato si muove o si stacca (ma c'è sempre un motivo ben preciso).


Nel caso, ad esempio, del calcare delle falesie di Finale Ligure, negli anni 80' il tassello tipo spit era molto utilizzato e reputato l'ancoraggio per eccellenza; era l'unico tipo di tassello che si poteva fissare manualmente (tramite un percussore)  quando ancora i trapani a batterie non erano così diffusi ed è stato una rivoluzione perché ha permesso agli apritori di allora di attrezzare vie dove non vi erano fessure o buchi dove piantare cunei di legno o chiodi tradizionali da fessura e clessidre ed alberi dove strozzare cordini.
Con il tempo ci si è accorti che il calcare di Finale èra talmente tenero ed alveolato da "cedere" (nei decenni) alle sollecitazioni dei "voli" degli arrampicatori, o meglio, il tassello un volo dopo l'altro, tendeva a fuoriuscire dal foro che lo alloggiava "mangiando" la roccia poco a poco.
Resta il fatto che, uno spit ben piazzato, anche se su calcare tenero, è comunque una buona protezione ed anche dopo decenni e molte sollecitazioni non è tassativo che fuoriesca o divenga pericoloso.
Non tutto il calcare del Finalese è uguale; io purtroppo non sono un geologo e, per cui, vi posso parlare solo da chiodatore e basarmi sulle mie esperienze personali.
Queste mi hanno portato a notare che, ad esempio, il calcare della falesia di "Lacremà Inferiore" (Calvisio) è uno dei più duri e compatti del Finalese mentre quello di "Bocca di Bacco" (Rian Cornei) è uno dei più morbidi ed alveolati.
Addirittura, a Lacremà, la roccia degli ultimi metri verso le catene è molto più dura e compatta rispetto a quella in partenza sui primi metri delle vie.


Un altro problema in cui ci si è imbattuti parecchi anni fa sono le piastrine in lega anodizzate (colorate).
L'errore più diffuso è stato pensare che fossero solo quelle colorate a creare problemi.
In pratica, accadeva che, a distanza di anni dalla posa di placchette in lega leggera montate su spit (o altri tasselli quali Fix, Fischer, ecc… ) queste si sfogliassero letteralmente e quel che c'era di peggio, che iniziassero a sfogliarsi dalla parte più a contatto con la roccia continuando verso l'esterno, occultando così il difetto a chi arrampicava (se questo non estremamente attento ai punti di ancoraggio).
Sembra che questo effetto corrosivo fosse dovuto all'interazione dei materiali componenti la piastrina con la presenza o meno di certi minerali nel tratto di roccia sottostante. Per effetto dell'acqua piovana, mediante un effetto galvanico, i materiali componenti la piastrina tendevano a trasferirsi sulla roccia sottostante riducendo questa come una torta millesfoglie… ma il colore (blu, rosso o altro) in realtà non c'entravano nulla.
Sempre in qualità di chiodatore e non di chimico o "tinteggiatore", avendo anche smontato direi centinaia di vecchie placchette per poi richiodare le vie, vi posso assicurare che, anche le placchette non anodizzate (colorate) subivano lo stesso identico procedimento di "sfogliatura". Ne possiedo ancora i resti per averne una prova concreta (…e vi posso assicurare che non si tratta di placchette scolorite).


Da prendere ancora in esame per quanto riguarda la chiodatura "a spit" ci sarebbe la vite che tiene unita la placchetta allo spit (o altro tipo di tassello che sia).
Esistono differenti tipi di ferro e acciaio con diversi "carichi di rottura"; non è da sottovalutare di certo la presenza di salino nell'aria specie nel caso di Finale Ligure; questa contribuisce ad accelerare moltissimo l'effetto di corrosione (ruggine) sul ferro, e la zincatura superficiale a poco può resistere.
La soluzione migliore è l'inox anche in questo caso.


A questo punto è naturale pensare che, a parità di messa in posa regolare, un tassello tipo spit piazzato su rocce molto dure (tipo granito) e lontano dal mare tanto quanto basta a non avere presenza di salino nell'aria, sia "più sicuro e durevole" di un altro piazzato nelle condizioni contrarie.


Da valutare in oltre quanto distanti tra loro sono state collocate le protezioni;
è ovvio che, maggiore è la distanza che intercorre tra due ancoraggi e maggiore, al momento della caduta (volo di un arrampicatore) sarà la sollecitazione.


Per finire, i punti più a rischio, dove le probabilità di fuoriuscita di un tassello è maggiore, è guarda caso sul punto / punti duri (il passo chiave) della via ed in sosta (in pratica tra i punti più importanti della via.
Questo perché sul passo chiave è più probabile che il gruppo tassello / piastrina sia stato sollecitato violentemente con una caduta e, sulla sosta, perché sicuramente è stata sempre e comunque molto più utilizzata rispetto agli altri punti (calate, moulinettes) anche se in modo più statico (no cadute).
Le prove tangibili ne sono le famose "placchette che girano" che normalmente si trovano sui punti chiave dei tiri.


I tasselli tipo "spit" sono costruiti anche da altre aziende e, ovviamente, vengono chiamati con altro nome; esistono pure in versione acciaio inox… quelli utilizzati per decenni non lo erano di sicuro ed infatti sono stati, anche loro, intaccati dalla ruggine.
Situazioni in cui si utilizzano ancora gli spit sono quelle dove vi è la necessità di utilizzare immediatamente dopo la protezione (con la resina è necessario attendere X tempo prima di utilizzare l'ancoraggio) e dove un trapano a batterie sarebbe un peso ed un ingombro troppo elevato.


Ormai sorpassato, lo spit è stato rimpiazzato alla grande con il tassello tipo "fix", molto più semplice e rapido nella posa e simile a livello di sicurezza.
Da non confondere con la ditta "Fixe" spagnola la quale produce ancoraggi per free-climbing, speleologia, ecc…
Anche questo nome, "fix", è in realtà un nome abbreviato del tassello, sempre prodotto dalla ditta "Spit" costruito anche da altre aziende sotto altra denominazione.
Il nome completo è "Spit fix, ancorante metallico ad auto espansione".
Sia i tasselli Spit che Fix sono stati progettati in realtà per un utilizzo "da cantiere" (fissaggio di rotaie, guide di ascensori, ponteggi, ecc…) adattati poi alla nostra disciplina sportiva accoppiandoli con piastrine ed anelli.
Il tassello tipo spit era comunque già segnalato sui cataloghi come "speciale per alpinismo".
   
                   
Marco "Thomas" Tomassini



COME NASCONO I FITTONI INOX RAUMER...



Tutto ha inizio da una barra di TRAFILATO in acciaio inox " AISI 304L".
L'acciaio 304L ha particolari caratteristiche di "resilienza (tenacità)" che lo rendono particolarmente adatto all'utilizzo per l'arrampicata sportiva.
La lettera "L" sta a significare che l'acciaio è "solubilizzato"; la solubilizzazione è un trattamento che aumenta la resistenza alla corrosione.


Le barre vengono tagliate in spezzoni a misura con una TRANCIA che realizza alle estremità un taglio a 45° il quale ha lo scopo (nel caso di utilizzo con fiale di resina poliestere) di rompere l'ampolla in vetro e di mescolarne il contenuto. Inoltre, si riduce la probabilità di formazioni di bolle d'aria.


In seguito, con una CURVATRICE e con una attrezzatura adatta, si piegano gli spezzoni tranciati.
Questa macchina realizza le varie "curve" dove l'ultima, chiude l'ancoraggio.


A questo punto, predisponendo opportunamente i pezzi su una "dima" si interviene con la fase di SALDATURA la quale viene realizzata con un procedimento particolare chiamato "TIG" (Tungsten Inert Gas) il quale consiste nell' ottenere un bagno di saldatura dove i due elementi (lembi) da saldare vengono "fusi" assieme con l'apporto di altro materiale della stessa natura.


I pezzi vengono successivamente introdotti all'interno di una macchina chiamata BURATTO nella  quale, nell'arco di circa 20 ore,  si smussano tutti gli spigoli e le "bave" presenti sugli ancoraggi.


Si interviene poi con la fase di PRESSATURA per imprimere il marchio ed i carichi di rottura.


Con una particolare macchina chiamata RULLATRICE tutti i pezzi vengono sottoposti alla lavorazione di zigrinatura sul codolo dei fittoni che servirà poi alla resina per "aggrapparsi" saldamente allo stesso.


Infine, tutti i pezzi vengono sottoposti ad un LAVAGGIO seguito da un trattamento chimico mediante immersione in un acido DECAPANTE il quale rende la superficie dei fittoni uniformemente  grigia chiara e opaca  con il risultato estetico di minor "visibilità". Con questo processo  si aumenta inoltre la resistenza alla corrosione.


TEST:

Sui fittoni tipo SUPERSTAR (10X80 = art. 160) dichiarati per un carico di rottura minimo di 35Kn, test francesi ne hanno in realtà testato, con resine molto buone, anche di 70Kn, dove il fittone non si è comunque rotto ma l'occhiolo si è allungato di alcuni centimetri e si è poi "sfilato" dalla resina (test effettuato ad estrazione).


Sui fittoni tipo ANTRAX (8X80 = art. 298) dichiarati per un carico di rottura minimo di 22Kn, test hanno rilevato valori superiori ai  33Kn con le stesse modalità di "rottura" delle prove sui  "superstar".


Intervista di Thomas a Cesare Raumer
Foto archivio Marco (Thomas) Tomassini
RINVIO A MODI DI DIRE...



Magari non ci si pensa ma, l'abbinata moschettone/fettuccia/moschettone non ha un suo nome proprio come può essere la corda, il grigrì, l'imbrago, ecc… ma bensì, un nomignolo che può cambiare da regione a regione o nazione e, spesso, questo nomignolo ha una ragione legata ad un movimento che si compie nella vita quotidiana.

Vediamo subito uno dei modi di dire più curiosi;

In Francia, il corrispondente di rinvio è "Dégaine"; la ragione di questo nome è dovuta al gesto che si compie nello sganciare il rinvio dall'imbrago che, ricorderebbe, lo sfoderamento della pistola dalla fondina (il verbo è Dégainer), per cui, "Dégaine".

Un altro modo curioso lo abbiamo con il nomignolo "Taxi" utilizzato principalmente nella zona di Pavia.
Questo è motivato invece dal gesto che si compie inserendo il "rinvio" nel chiodo il quale, ricorderebbe il movimento che si esegue quando si intima l'alt ad un taxista per salire a bordo.

Un altro ancora è "Binomio", utilizzato forse più in Italia centrale.
C'è anche chi lo chiama "Rapido"

Per quanto riguarda la Germania abbiamo "Express", mentre in l'Inghilterra è "Quick draw" che significa estrazione veloce.

Insomma, posto che vai, nome che trovi, l'importante è capirsi e chissà in quanti altri modi questo aggeggio viene chiamato e perché. Magari voi stessi ne conoscete altri; se così è, potete scrivermeli e magari spiegarne il significato, che spesso risulta essere divertente. Io potrò aggiungerli a quelli già elencati rendendo l'articolo sempre più curioso, interessante ed utile per capirsi…


Alla prossima…Marco (Thomas) Tomassini


Con tutti questi nomi sfido chiunque a capire la differenza che passa tra questi oggetti utilizzati più o meno correttamente per la chiodatura di itinerari di arrampicata prevalentemente in falesia.

Iniziamo con il cercare di descrivere la tipologia meno indicata di ancoraggio dei tre riportati… il golfare.




Il golfare è un oggetto a forma di anello dall'apparenza molto robusta ma dal "gambo filettato" proporzionalmente molto corto e debole.


Esiste di tipo "maschio o femmina", zincato o inox; in ogni caso questo tipo di ancoraggio non si può resinare ma bensì viene avvitato su tasselli tipo spit (se maschio) o fix (se femmina) ed il suo utilizzo a livello di angolo di lavoro va dall'assiale a 45° al massimo; in buona sostanza, non è previsto l'utilizzo per una trazione su muro verticale (a taglio).
Solitamente viene utilizzato per sollevare carichi nei cantieri tipo grossi compressori d'aria; non è stato progettato assolutamente per l'utilizzo come ancoraggio per l'arrampicata sportiva e nonostante le dimensioni che possa avere con una filettatura  da 8 a 12 mm, il suo carico di rottura non è molto elevato neanche se piazzato a tetto (condizioni ideali di lavoro perché in trazione assiale).
Uno dei problemi maggiori sull'utilizzo del golfare come ancoraggio per l'arrampicata sportiva sta nello "zoccolo" che sta tra la filettatura e l'anello dove si va ad inserire il moschettone.
Lo zoccolo crea un pericoloso braccio di leva distanziando (anche se di poco apparentemente) il moschettone del rinvio dalla roccia ed aumentando così lo sforzo che deve sopportare il gambo filettato al momento del volo dell'arrampicatore.





L'occhiolo (filettato) non è stato progettato neanche lui per l'utilizzo come ancoraggio per l'arrampicata sportiva ed è in realtà uno dei tre pezzi facenti parte di un unico pezzo chiamato tendicavo.
Il tendicavo, come si avvince già dal nome stesso, ha la funzione di mettere in tensione cavi d'acciaio per svariati utilizzi ed è formato da tre pezzi che sono il corpo centrale, un occhiolo sinistrorso (con filettatura sinistra) ed un occhiolo destrorso (con filettatura destra).
Anche questo esiste in acciaio zincato o inox, si può accoppiare a vari tipi di tassello (ad esempio tipo i "Fischer") ma si può anche resinare chimicamente, non ha zoccolo alla base ed il suo carico di rottura è di gran lunga superiore a quello del golfare (avendo inoltre un gambo filettato proporzionalmente molto più lungo di questo.
Il problema maggiore che si può riscontrare su questo tipo di ancoraggio è il fatto che, spesso, la parte interna del foro dell'occhiolo non è assolutamente liscia ma presenta due leggere "bave" sui bordi esterni che potrebbero danneggiare la calza della corda in caso di calate di emergenza sull'occhiolo stesso.
E' comunque il miglior oggetto da utilizzare tra quelli non studiati appositamente per l'utilizzo in falesia.



Il fittone (nome generico con il quale si denominano tutti gli ancoraggi da resinare) è l'oggetto studiato appositamente per l'utilizzo come ancoraggio per l'arrampicata sportiva, anche questo si può trovare in acciaio zincato oppure inox.
Ha un gambo che non è filettato ma bensì trattato "con disegni differenti" per aumentare la rugosità della sua superficie che sarebbe altrimenti assolutamente liscia e non permetterebbe una buona "adesione-attrito" alla resina chimica utilizzata per il fissaggio.
La parte interna del foro dove andrà introdotto il moschettone è solitamente sufficientemente ampia da permettere l'introduzione di più moschettoni contemporaneamente ed è assolutamente liscia in modo da non rovinare la calza della corda in caso di calate di emergenza su un solo fittone.
Come già detto, i fittoni si fissano alla roccia solo tramite l'utilizzo di resina chimica, hanno carichi di rottura molto elevati in qualsiasi caso di angolo di trazione (fissaggio a tetto, su strapiombo, verticale o placca).

Ovviamente, in tutti i casi, rimane da dire che, sta all'esperienza del chiodatore fissare gli ancoraggi  consapevolmente nella maniera migliore ed utilizzando il materiale più indicato…anche un fittone inox dei più resistenti può staccarsi dalla roccia se non si utilizza la resina più adatta o non si eseguono correttamente tutte le fasi necessarie per la posa dello stesso!


Marco (Thomas) Tomassini
Chiodatura
OCCHIOLI, FITTONI E GOLFARI... CHE CONFUSIONE!!